venerdì 26 febbraio 2016

Come va la vita matrimoniale?

"Come va la vita matrimoniale?"

Dopo "come stai?", è la domanda che più mi fa alzare gli occhi al cielo (specie nell'ultimo periodo).
Come va la vita matrimoniale? In che senso? Continuiamo ad avere un lavoro per ciascuno, pasti regolari e un discreto (si può fare di meglio) numero di ore di sonno per notte. 
Ma non è ovviamente questo che volevi sapere, e cosa allora? Come va la nostra convivenza? Bene, quando non succede qualcosa che alteri uno dei due. Litighiamo? Sì, certo, credo come ogni coppia di persone che metta insieme vita, abitudini, rituali e piccole manie, ma ovviamente nessuno dei due è ancora uscito di casa sbattendo la porta. Però questa risposta genera sguardi tra lo stupito e il dispiaciuto, come se la vita matrimoniale non prevedesse le difficoltà e quotidianità di ogni rapporto.

"Come va la vita da sposati?", lo chiedono in continuazione, li guardo negli occhi e mi chiedo cosa volete sentirvi dire? Se me lo chiedi la mattina che abbiamo bisticciato prima di uscire da casa, ti dirò che è difficile, se me lo chiedi il giorno che torno dal mio corso di formazione di 5 giorni e trovo un mazzo di fiori sul tavolo, ti dirò che è un idillio. Se me lo chiedi dopo che per tre giorni di fila ci siamo visti solo la mattina e la sera, ti risponderò che alle volte rimpiango i tempi del fidanzamento in cui per vederci almeno ci davamo appuntamento.
Il problema non è il matrimonio, ma l'aspettativa. Non tornerei indietro di un passo, intendiamoci, mi risposerei, con la stessa cerimonia, stessi amici presenti, e anche con lo stesso uomo. L'aspettativa è quella che hanno gli altri, che ti guardano come se improvvisamente ti si dovesse accendere una qualche lampadina addosso.

"Come va il matrimonio?" 
"Bene, grazie"
Mi rifugio in una risposta insipida perchè la domanda non vuole davvero una risposta. E' la frase da dire a chi si è sposato da poco, e allora che anche la risposta sia di circostanza.

domenica 31 gennaio 2016

Ultima ora

Sabato è finita la mia (relativamente) breve supplenza al liceo. Ultima campanella alle 8 di mattina, ultima lezione di letteratura, ultima lezione di lingua inglese, ultima ora.
Lo ammetto, ho visto troppe volte "L'attimo fuggente" (sì, l'ho visto anche in inglese: "Dead Poets Society"), e in fondo al mio cuoricino ho pensato che ci fosse un unico modo per essere salutata dai miei alunni.



In un mese e mezzo circa non si può però pretendere di ottenere questi sguardi e queste lacrime, quindi ero anche preparata alla delusione.
Ogni insegnante, io credo, vorrebbe lasciare un segno indelebile per i ragazzi, vorrebbe essere guardato con rispetto ed ammirazione e far breccia istantaneamente nei loro cuori. Entrando in quelle classi più volte mi sono fatta la stessa domanda che Mandela fa a Peenar nel suo salotto nella celebre scena di Invictus: "Come renderli migliori di quanto loro non credano di essere?"
Sono un po' sensazionalista, lo ammetto, e mi piace far loro domande la cui risposta non si trova nei libri, mi piace dir loro cose che gli facciano storcere il naso e alle volte li facciano anche dissentire dalla mia opinione. Però non lo faccio solo per il gusto dello spettacolo, il vero spettacolo è iniziare a vedere le rotelline muoversi nei loro cervelli, vederli alzare il naso dal libro per cercare la rispostai in qualche angolo della loro mente (fisicamente poi sembrano cercarla in qualche angolo della stanza). Non tutti ci stanno, e non tutti mi guardano interessati, qualcuno continua immancabilmente a farsi i fatti suoi in ultima fila (ma pure in prima), ma un paio di occhi che annuiscono alle mie parole bastano a farmi contenta.
Quella è una delle soddisfazioni più grandi, quegli occhi che chiedono ancora qualcosa da te.Ti fanno sentire responsabile della tua preparazione, e ti fanno venir voglia prima di tutto di essere un'insegnante migliore per poterli portare sempre più avanti. Se poi hai un'intera classe che ti guarda così, devi anche superare quel minimo senso di soggezione e ricordarti che sì, sei preparata a sufficienza per loro.

E così è arrivata quell'ultima ora, la supplente se ne va, l'insegnante rientra e il senso di sollievo da un lato è forte, perchè basta sveglia presto, e basta 24 ore settimanali di insegnamento. Ma c'è anche forte un senso di nostalgia, perchè l'idea di essere un pezzetto nell'ingranaggio della crescita di questi giovani uomini e donne nobilita parecchio.

venerdì 25 settembre 2015

Dal dentista

Quando sali le scale dal dentista ti viene già incontro quel rassicurante odore di disinfettante. Poi entri e gli unici colori su cui posi gli occhi sono bianco e blu,  a volte verde.  Tutti sorridono e mi sono spesso chiesta se la musica di sottofondo serve  a coprire il rumore degli attrezzi al lavoro nella stanza a fianco. 
Le assistenti di poltrona sono sempre e solo donne,  non mi è mai capitato che fosse un uomo a dirmi "di qua,  si accomodi pure,  ecc.. "
Spesso mi dicono "tesoro,  vieni pure.. " anche ora che ho una fede al dito danno per scontato che io sia una ragazza a cui dare del tu. Io sospetto che il più delle volte siano più giovani di me,  ma non glielo dico perché si sentano a loro agio nel loro ruolo.
Fanno domande,  per intrattenere credo,  le risposte non gli interessano e infatti non le memorizzano e la volta dopo ti richiederanno le stesse cose. Io sorrido e ripeto,  ripeto anche il sorriso.
Quando entra il dentista tutto cambia,  lui (perché il dentista di solito è uomo) è più sbrigativo,  ti stringe la mano per proforma ma inizia subito a lavorare e a dare ordini all' assistente.  Anche lui parla con me mentre osserva la mia bocca o durante l'intervento,  ma non è previsto che io risponda (e come potrei? ) è abituato a fare monologhi,  il più delle volte descrive ciò che fa,  ogni tanto ti rimprovera perché magari i denti in fondo non li spazzoli bene.
Seduta lì con aspiratore e trapano in bocca il massimo che puoi fare è sospirare.

giovedì 9 luglio 2015

E oggi...

Mi sembra davvero incredibile quello che sta succedendo ora. Mi sembra incredibile che sia finito il tempo di attesa o dei silenzi e segreti,  il tempo in cui i sentimenti ci schiacciavano e il futuro era un enorme punto interrogativo.  Il tempo in cui salire e scendere da un treno era un momento quasi estatico e contavo i chilometri che ci separavano.
Ora il futuro è una casa spoglia con i muri appena dipinti.  Il futuro è una vacanza ad agosto per la quale finalmente partiamo nello stesso giorno e torneremo nello stesso giorno.  Il futuro è una data scritta su un cartoncino che abbiamo inviato a tutti i nostri amici.
Il futuro insomma è tutto nelle nostre mani pronto a farsi modellare come creta e nella buona e nella cattiva sorte lo modelleremo nel miglior modo possibile.
Spero però che non passi nella nostra mente e nel nostro cuore quella sensazione di attesa e di desiderio fortissimo che avevamo nei lunghi momenti di lontananza.  Perché anche quello ha contribuito a fare di noi quel che siamo oggi. Abbiamo desiderato la felicità dell'altro a scapito della nostra e abbiamo intravisto la possibilità di non poter contare l'uno sull'appoggio e il sostegno dell' altra. E questo ci ha fatto soffrire,  ma siamo riusciti a superarlo e a riabbracciarci permettendoci di stare insieme. E oggi siamo insieme,  in un modo così semplice che sembra impossibile. In un modo così bello che ogni tanto mi dovrò pizzicare per assicurarmi che sia vero!

lunedì 22 giugno 2015

un regalo riuscito

Questo è stato uno dei regali di compleanno più graditi. Lo avevo desiderato da quando l'ho sfogliato la prima volta sugli scaffali della libreria, e per fortuna qualcuno ha ricordato questo mio desiderio. Mi sono appassionata alla lettura delle lettere durante la stesura della mia ultima tesi, quando sbirciando e lettere di Benjamin Britten ho scorto l'uomo dietro l'artista. Questo lato dello studio della storia della letteratura mi ha sempre affascinato, possiamo sicuramente imparare molto dei grandi uomini e delle grandi donne della letteratura dai loro scritti, Possiamo capire quale sia la loro visione della vita, dell'arte, e possiamo capire quali sentimenti li attraversassero, ma inevitabilmente ad un certo punto ci troviamo davanti ad un muro, un muro costruito dalla forma, dall'uso sapiente della lingua.
Ma nelle lettere che Benjamin, ad esempio, scrive a Peter (Pears, N.d. A.) scopriamo i suoi timori, le sue paure, il suo bisogno di essere rassicurato e scopriamo che uomo paziente fosse Peter. In questo libro ci sono lettere più o meno eccellenti, e stralci scritti da personaggi immensamente famosi, quando non erano ancora tali. Come la  lettera di Virginia Woolf quando era ancora una bambina in cui chiede al direttore del Sun se Babbo Natale esiste davvero!
Il tutto prende l'avvio da qui: http://www.lettersofnote.com/
E questo spiega le scelte fortemente anglo-americane dell'autore.

Di ogni lettera c'è una foto della copia cartacea,  parecchie sono manoscritte, alcune invece dattiloscritte. Non serve dire che vale la pena comprarne una copia anche solo per vedere che grafia avesse Oscar Wilde! Ma se ancora non foste convinti... Potreste perdervi la ricetta degli scones della Regina d'Inghilterra??

venerdì 8 maggio 2015

Principi e principesse

Non è che il principe azzurro non esista, è che per troppo tempo ci hanno detto che vestiva un turchese decisamente fuori moda, un copricapo piumato e selezionava accuratamente le sue cavalcature perché fossero bianchi e immacolati destrieri.
Quando poi ti si presenta davanti al naso un tipetto stempiato, dal sorriso ingenuo che veste in jeans e camicie a maniche corte, non è che pensi che non sia lui, ma non lo noti proprio.
Non che girino davvero quelli a cavallo, eh intendiamoci, però se ti suonassero a casa, a loro daresti il beneficio del dubbio, mentre la logica vorrebbe che chiamassi il più vicino reparto psichiatrico della zona. Mentre alle volte a quello in jeans non dai neanche il beneficio del dubbio.
E' la definizione di principe azzurro che non funziona, non arriva a cavallo, non arriva sempre al momento giusto, ma molto spesso, è dotato della pazienza necessaria per aspettare il momento buono. Non cavalca un bianco destriero, ma può fare anche 600 km per te, e questo spesso vuol dire che ti chiederà di farne altrettanti, ma a quel punto, fidati, tu dirai di sì. Non è abbonato alla fioreria della città, e non gira con un mazzo di rose di serie, ma se capisce che hai bisogno di lui troverà il modo di esserci.
Insomma, ad un certo punto lo guardi e pensi che i suoi occhi sono marroni e non blu, che i suoi capelli non sono biondi, ma normalmente castani, ma l'ultima volta che ti sei guardata allo specchio anche tu non avevi una corona in testa, ma i tuoi soliti capelli castani e non importa il colore dei tuoi o dei suoi occhi ma importa la luce che ognuno di voi due vede nell'altro quando i vostri sguardi si incrociano. Non è che vi guardate emanando cuoricini e zuccherini, ma quando litigate c'è sempre uno dei due che cede per primo/a e fa un sorriso e ognuno dei due tiene enormemente alla felicità dell'altro, anche più che al proprio orgoglio.
Ecco, a questo punto l'iconografia classica del principe e della principessa non regge più, e il finale da favola è scontato e smieloso, e allora non vale la pena dire che vissero felici e contenti, ma che decidono di costruire la propria felicità ogni giorno della loro vita, quello sì.
.

mercoledì 11 marzo 2015

How to #5: gli audiolibri

Rimpiango i viaggi in treno da universitaria, nonostante i disagi multipli creati da trenitalia erano occasioni per immergermi nella lettura (che fossero libri o giornali). Erano tempi obbligati di nullafacenza che dovevo (e potevo) riempire, e adoravo riempirli con le pagine dei libri. Certo nessuna giornata è troppo piena per leggere un libro eppure ritagliarsi un tempo così distaccato è diventato impossibile.
Quando quest'anno ho preso una supplenza a 50 km da casa mia mi è un po' dispiaciuto che fosse raggiungibile solo in macchina, perché magari un mezzo pubblico avrebbe potuto regalarmi di nuovo quel tempo per me. Fino a lunedì quando sono passata in biblioteca a darmi una ennesima occasione di leggere. La vetrina metteva in mostra dei piccoli cofanetti di audiolibri e ho pensato: ecco come, li metto su sull'autoradio e li ascolto!
Non vi nascondo che mi sono sentita un genio, e quasi come un segno divino, tra i pochi libri esposti c'era un libro di Virginia Woolf che voglio leggere da anni. Sicura di me vado al prestito e porto a casa il cofanetto, la sera salgo in macchina per affrontare i miei chilometri contenta come una bambina a cui hanno comprato un lecca lecca gigante e mi avvio.
All'arrivo mi era già più chiaro perché la mia non fosse stata poi quell'idea geniale che credevo.

1. Se devi ascoltare un libro invece della musica, considera che all'inizio la cosa ti creerà una sensazione diversa, perciò prevedì delle pause per "riattivare" il cervello.
2. Considera l'orario in cui farai quel viaggio perché alla sera sei più stanca, soprattutto se le tre ore prima sei stata davanti allo schermo di un computer.
3. Se sei alla prima esperienza con gli audiolibri scegli qualcosa di avvincente, soprattutto se sei in macchina e guidi perché la sicurezza vien mooolto prima della cultura.

Insomma sono scesa dalla macchina più assonnata di quando ci sono salita e mi aspettavano due ore di lezione. Ecco, non mi sono proprio sentita geniale... Però devo dire che non ho desistito, e anche se ho scelto una saggio (A room of one's own, Una stanza tutta per sè ) l'esperienza sta continuando nel migliore dei modi!

domenica 22 febbraio 2015

una carezza

Bussare a quella porta è un gesto che ho fatto e ripetuto per anni senza pensarci, e ora ha il sapore quasi di una cosa lontana. Entro, mi accoglie un sorriso e uno sguardo che so capire, e dice. "siediti, aspetta che non posso interrompermi adesso". Mi siedo nella mia piccola aula, e aspetto che il mio professore finisca di fare lezione a una ragazza che occupa uno sgabello strano (ma dove sono finite le sedie rosse) in un posto che è stato mio per 10 anni.
La ascolto e la mia mente vaga tra la musica, i gesti di lei, la nostalgia, e mille altre cose.
Usciamo, perché devo parlargli, chiude la porta sul corridoio, io raccolgo i pensieri per la richiesta che devo fare e sto per iniziare a formularla quando
"ma tu, stai bene?"
Rimango ammutolita. Forse è banale, ma non me lo aspettavo, e non riesco a rispondere che un banale "sì, bene." Ma per un minuto il tempo si è fermato, quelle poche parole sono state per me un po' come una carezza, tenere e inaspettate. Mi hanno sollevata, e hanno spazzato dalla mia testa tutte le cose che stavo pensando di dover dire, lasciandomi un vuoto piacere.

domenica 8 febbraio 2015

Ispirazione

L'altra sera hanno fatto ingresso nella mia classe due ragazze che non avevo ancora visto.
"Buonasera!"
"Buonasera, lei è... la prof. d'Inglese?"
"Sì, sto aspettando la seconda"
"Ok, allora siamo nel posto giusto!"
"Voi siete?"
"Siamo S.C. e E.Z."
"Ah, sì siete in elenco, però avete l'esonero per inglese, lo sapete, no?"
"Sì, sì, ma vorremmo frequentare comunque!"
Avranno vent'anni, hanno già un diploma e si sono iscritte nuovamente a scuola mentre cercano un lavoro. Le mie lezioni le potrebbero saltare, ma hanno deciso di venire. Una delle due ha passato un anno in Inghilterra, e mi ha detto "Sì, ma non l'ho mai studiato bene, e adesso se posso vorrei ripassare anche la grammatica."

Quando sento le statistiche alla televisione e vedo certi programmi penso che ci vogliono vendere davvero un paese che non siamo. Non siamo il paese dell'isola dei famosi e di amici di maria de Filippi. E i ragazzi di vent'anni non sognano di fare le veline o i tronisti. Però non hanno neanche tutti gli stessi sogni e aspirazioni, ma ad ognuno di loro è stata fornita un'"ispirazione diversa", e quelli a cui è stato detto che possono fare poco della loro vita sono vittime. Sono vittime di cattivi maestri (dentro e fuori dalle aule di scuola) che dovrebbero essere tenuti lontani da giovani menti che hanno bisogno che si dica loro che possono diventare migliori di quel che pensano di essere...


giovedì 29 gennaio 2015

Cavalleria

Quando entriamo in un locale mi faccio aprire la porta. Mi fermo, se sto camminando poco più avanti e gli lascio lo spazio per avanzare il braccio e aprirmi la porta.
Non si tratta di non esserne capace, né di essere timorosa di entrare per prima, si tratta di ricevere un gesto gentile e dare modo all'altra persona di fare qualcosa per me. Mi piace ricevere questa attenzione e mi piace aver realizzato che sono io che gli permetto di farlo. Me lo ha espressamente detto: "L'ho notato sai? quando arriviamo alla porta tu ti fermi su un lato per farla aprire a me, mi piace." Da lì in poi ho iniziato a farlo con consapevolezza.

venerdì 6 giugno 2014

The Voice of Italy ha il velo da suora

Mi sono appassionata facilmente a "The Voice", un po' perché i piacciono i talent musicali e un po' perché questa cosa di cercare una voce, più che una faccia, un personaggio, un modo di cantare, mi convinceva. L'idea dei giudici che si girano solo se le loro orecchie li convincono, è quantomeno originale, e porta forse ad una selezione più autentica, perché che lo sappiamo oppure no, i nostri pregiudizi ci influenzano tanto.

Non ho visto in diretta la selezione (meglio, la blind) di suor Cristina, me la sono rivista su YouTube il giorno dopo.




I giudici si sono girati sicuramente per l'effetto sul pubblico che hanno visto da quella postazione. Ma una volta che si sono girati, lei ha continuato a cantare con la stessa energia di prima. Comprendo la commozione di J-ax perché anche io non ne sono stata esente, pur rivedendolo solo sul pc, l'energia che riusciva a dare suor Cristina era incredibile.
La voce limpidissima, non ha sbagliato una nota e anzi, perfino Alicia Keys in un secondo momento le ha fatto i complimenti! E a fare il tifo per lei delle consorelle non giovanissime, ma pronte a scatenarsi per la giovane Cristina.
Nelle puntate successive veniva la tentazione di pensare che il suo rimanere nel programma fosse legato all'abito, e al clamore che aveva suscitato non solo in Italia. ma ad ogni esibizione i dubbi venivano spazzati via. Suor Cristina rimaneva nel programma perché cantava bene.
Una parola va detta anche sul programma in generale. Non si è ecceduto nello strumentalizzare il suo essere suora, J-ax per primo l'ha difesa più volte, facendo notare le sue qualità di cantante. I giudici tra loro sono sempre stati correttissimi, mai una parola cattiva, mai frecciatine, se non ironiche. Scherzi e risate sono stati abbondanti, ma mai una caduta di stile da parte di nessuno di loro. Non hanno infierito neanche sui ragazzi che ogni mercoledì avevano a disposizione 90 secondi per dimostrare il loro valore. Imprecisioni, note fuori posto e ed errori ce ne sono stati nel programma, ma i giudici facevano notare altro. E hanno sottolineato come la tensione dei ragazzi fosse palpabile, proprio perchè sapevano che in pochi minuti si decideva del loro futuro.

Un programma dai toni pacati, in una TV che invece trova sempre il modo per essere volgare. Un programma dove davvero la musica è stata protagonista, con ospiti e concorrenti, e con i giudici stessi, che hanno più volte dimostrato di sapere di cosa parlavano, con duetti ed esibizioni.
Nelle scelte dei giudici, di settimana in settimana, iniziava a pesare il giudizio del pubblico. Ma questo voleva il programma, che ci fosse anche una giuria "popolare" che dettava parte delle regole.

Alcuni cantanti hanno abbandonato troppo presto il programma, una fra tutti: Daria Biancardi:
la voce di Aretha se una faccia bianca e delle unghie lunghissime.


Crudeltà del pubblico che le ha preferito Giacomo Voli, e di Pelù che li ha assecondati. Fosse arrivata lei in finale con suor Cristina, ne avremmo viste delle belle.

Durante la finale anche Giorgia Pino se n'è andata troppo presto dalla competizione, cosa che non ha lascito indifferenete la sua coach Noemi.



Una voce davvero particolare. Una ragazzina con un graffio blues. Speriamo di risentirla presto.

La finale ha portato avanti Cristina con un numero di voti sufficiente da subito a battere i suoi avversari, eppure le sue esibizioni sono state incredibili.
Ammetto di essere di parte perchè sono stata fan di J-ax già in adolescenza, ma la performance di ieri sera in duetto mi ha fatto tornare subito ai miei 16 anni.



C'è chi ora parla di come farà fruttare il premio suor Cristina, e del fatto che non sia giusto che abbia vinto lei.
ma in un programma dove si parla e riparla di Voce, io credo che questa giovane ragazza siciliana abbia meritato la sua vittoria. Da subito ieri ha fatto vedere che sa cantare, lo sa fare in inglese, facendo capire quello che dice, lo sa fare in italiano, è pulita, precisa, intonata sempre. Il pubblico ha premiato forse la sua semplicità, e la sua coerenza con quello che mostrava (mai fatto la pubblicità ai gioielli o alle caramelle che sponsorizzavano il programma).
Non credo che abbia rubato il contratto discografico a nessuno, nella prima edizione di X-factor vinsero gli Aram Quartet, praticamente sconosciuti adesso, se non fosse per la vittoria di uno di loro a Sanremo Giovani l'anno scorso (se non sbaglio). Nella stessa annata c'era anche Giusy Ferreri, che non vinse ma che abbiamo sentito in radio olto più a lungo, e che ha pubblicato più incisioni dei 4 vincitori.
Il mercato seguirà le sue regole a prescindere dall'infatuazione del pubblico per questa giovane suora. Ora le polemiche però sono davvero inutili, perchè tutto si è fatto in questo programma, tranne sfruttare brutalemnte l'immagine di una religiosa a discapito di tutto il resto.

Teniamoci la musica, le nuove voci che sono emerse, e speriamo di riuscire a sentire finalmente qualcosa di nuovo e qualitativamente buono in questa Italia che ancora canta.

giovedì 29 maggio 2014

Ora di chiusura!

"Ora di chiusura.... Ora di chiusura..."
Chi ha visto "Pomi d'ottone e manici di scopa" capirà. Così se ne andava scampanellando l'addetto alla chiusura del famoso mercato di Londra. Urlando a tutti che era ora di far su la propria bancarella e andarsene.
E stamattina come un campanello è risuonato anche nlla mia testa che è ora di chiudere.
Non questo blog (se qualcuno si fosse per caso allarmato), ma il primissimo, quello aperto durante il corso universitario, quando per la prima volta mi affacciavo alla blogosfera. Un blog in inglese che ho provato a tenere aperto alla fine del corso d'inglese, cercando argomenti di cui scrivere. Ho provato anche a fare delle simil-lezioni di italiano, ma non mi sono appassionata e tantomeno lo hanno fatto i lettori...
Ho provato anche a fare la promozione del negozio online che ho aperto ben dopo il blog, ma anche quello non ha portato risultati...

Non lo apro da tempo, ed è giusto chiuderlo. E' una cosa strana, la maggior parte degli utenti non chiude i blog, li lascia lì. Lascia che la rete li trascini con sè che qualcuno ci capiti per sbaglio e si accorga che l'ultimo aggiornamento risale a... troppo tempo fa. In fondo non costa nulla lasciarlo lì. Non è un rifiuto abbandonato non biodegradabile, non è qualcosa su cui si possa inciampare o che possa dar fastidio o disturbo. Quindi perchè cancellarlo?
Già, me lo sono chiesta pure io. E ho fatto di peggio. Sono andata a rileggere le pagine scritte in momenti diversi per ripercorrere i passi fatti, i momenti vissuti. E la mano arranca su quelle pagine su cui ho investito un po' di tempo e un po' di fatica (non troppa, intendiamoci). Ed è affiorato un sentimento simile alla nostalgia.
Eppure bisogna staccarsi. Bisogna tracciare una linea, forse anche per ripartire.
Due giorni di vita ancora, e poi cliccherò su Elimina.
Linea tracciata.
Punto.
Ora di Chiusura!

venerdì 11 aprile 2014

How to: #4 chiedere informazioni

Foto da Pinterest

Lo facciamo tutti, italiani e stranieri, quando abbiamo bisogno di un'informazione e dobbiamo avvicinarci al bancone per chiederla, ci prepariamo il discorso in testa. E' normale, vogliamo essere chiari, arrivare dritti al nocciolo, farci capire, e ottenere velocemente quello di cui abbiamo bisogno.
Il problema è che la persona (più o meno) preposta per darci quell'informazione, non ha seguito il lungo ragionamento che si è svolto tra noi e il nostro cervello, e per tanto non dobbiamo attaccare il discorso come se fosse l'arringa conclusiva della difesa di Jack Lo Squartatore.

"Quindi, adesso dov'è che lo fanno quel concerto?"
Quale? Adesso, lo usi come punteggiatura, o intendi che ci dev'essere un concerto adesso? e soprattutto...
Perchè lo vieni a chiedere in Biblioteca?!

Poche semplici regole che ci aiuteranno a ottenere l'informazione più corretta nel tempo più rapido possibile:

1. Stai chiedendo questa cosa ad un persona, non ad una macchina, quindi comportati come ci si comporta con una persona: saluta, rivolgiti a lei/lei in maniera garbata.
2. Se la sopracitata persona sta parlando con un altro utente, o al telefono, aspetta prima di iniziare a parlare, perchè avrà pure due orecchie, ma non funzionano in maniera indipendente una dall'altra!
3. Bisogna avere un'idea di massima di quello che si vuole sapere, non possiamo sempre pretendere che dall'altra parte ci siano dei tuttologhi. Se vogliamo informazioni su un concerto, dovremmo sapere chi e cosa suonano, o almeno chi lo organizza, per dare modo a chi ascolta di capire e poter selezionare tra le varie cose che potrebbe avere a disposizione. Sono quindi da evitare formule del tipo "Questo mese... ma forse è il prossimo... ci dovrebbe essere un concerto... o forse una conferenza... di un professore, che parla, e non so dove!"
5. Non bisogna offendersi se la persona non ha l'informazione che abbiamo chiesto: non lo sta facendo per farci un dispetto, probabilmente stiamo chiedendo nel posto sbagliato, oppure banalmente e umanamente non lo sa.

venerdì 4 aprile 2014

A primavera


La Primavera è imprevedibile come una donna. Un giorno prima il sole, il giorno dopo piove
La Primavera è veloce, lo si vede nella natura. Il giorno prima gemma, il giorno dopo foglia.

Aggiungo da poco alle mie attività anche il giardinaggio, ma in piccolo, neanche nel giardino, nel terrazzo di casa mia... Piantare un seme, vedere crescere una pianta, sono cose che ci insegnano una pazienza che non abbiamo più, e ce la insegnano proprio perchè non c'è assolutamente nulla che possiamo fare. Non c'è niente che possiamo fare per accelerare questo processo, possiamo solo arrenderci all'attesa e alla speranza.
E' il caso di dirlo: se son rose, fioriranno

martedì 25 marzo 2014

Lezioni di letteratura: tempus fugit #1

C'è qualcosa di insito nell'animo umano e che spinge ad una dimensione più grande di sè. C'è un richiamo inesorabile che ci vuole portare verso l'infinito. Non per impeto di superbia, a voler sorpassare il tempo e lo spazio, ma quasi come escamotage alla consapevolezza di essere invece esseri perfettamente finiti. Non so se sia possibile definirla quindi umiltà in un qualche modo, perchè comunque con quest'idea di inifnito non possiamo non misurarci.

"...Time doth transfix the flourish set on youth
And delves the parallels in beauty's brow,
Feeds on the rarities of nature's truth,
And nothing stands but for his scythe to mow:
And yet to times in hope my verse shall stand,
Praising thy worth, despite his cruel hand."

[...] Il Tempo trafigge il fiorire della giovinezza / e scava solchi sulla fronte della bellezza/ nutrito dalle rarità della natura / e nulla può impedire alla sua falce il movimento / Eppure la mia poesia potrà impedirlo/ lodando il tuo valore, nonostante la sua crudele mano. 

Non c'è umiltà in Shakespeare e nella sua consapevolezza che "...nothing stands (...) my verse shall stand (...)". L'inesorabilità del tempo è un dato di fatto e lo scorrere del tempo è un fatto. Non ci si pone il dubbio che qualcosa possa davvero arrestare questa corsa ma si sottolinea come solo la poesia può resistere all'inarrestabile falce del tempo. 

Il dato del tempo che scorre e che finisce per tutti, è qualcosa che ritroviamo ovunque. Diverso invece è l'atteggiamento nei confronti di questa verità. Andrew Marvell sembra prendere il tutto molto più alla leggera, quando invita la sua amata ritrosa a non abusare del poco tempo a loro disposizione, e di concedersi di gustare i piaceri che possono, qui e ora. Perchè l'eternità non è una dimensione umana.
 "Had we but world enough, and time
This coyness mistress were no crime. [...]"

Se avessimo tempo e spazio a sufficenza / la vostra ritrosia, signora,  non sarebbe un delitto.

Marvell si rivela subito come infinitamente più "godereccio" del suo predecessore. Il tempo non gli basta, vuole anche lo spazio a sua disposizione per esprimere in pieno tutta la sua devozione alla donna amata, o almeno questo è quello che le dice per convincerla. In una frase in cui anche la grammatica partecipa al sentimento, esprime tutta l'ipoteticità di questa condizione "avessimo.... / sarebbe...". Ma così non è. E non è l'infinito che invoca Marvell, ma un semplice "abbastanza". Non c'è abastanza mondo e tempo per potersi perdere in vaghi corteggiamenti. La frase ipotetica e il suo continuo ci fan pure capire che se ci fosse, saprebbe bene come impiegarlo.

"But at my back I always hear
Time's winged chariot hurring near; [...]"

Ma alle mie spalle sento sempre /l'avvicinarsi precipitoso del carro alato del tempo;
 
Quel "but" dissipa ogni dubbio. Il tempo non è fermo immobile a guardarci ed aspettarci. Ma corre, si affretta ed è alato, se qualcuno ha ancora dubbi sulla sua velocità. Quindi è ora che dobbiamo vivere, è ora che dobbiamo inseguire le nostre passioni.

"[...] Now therefore, while the youthful hue
sits on thy skin like morning dew,
[...] Now let us sport us while we may[...]

Ora quindi, mentre la giovinezza colora /la tua pelle come rugiada del mattino/ ora divertiamoci finchè possiamo
 
Ora, ora, ora, ripete il poeta come un mantra. L'unica cosa su cui possiamo avere un controllo è il nostro presente e l'uso che ne facciamo. L'invito a godersi le gioie della giovinezza si conclude quasi sornione con gli ultimi due versi:

"[...]Thus, though we cannot make our sun 
Stand still, yet we will make him run."

Così, dal momento che non possiamo fermare /il nostro sole, allora lo faremo correre.

In fondo noi non siamo Giosuè e non possiamo fermare il sole, ma possiamo fare andare il tempo più veloce proprio godendoci ciò che ci è stato dato.
Marvell è decisamente più concreto di Shakespeare, non punta all'eternità, non chiede di forzare la sua finitezza di essere umano, ma vuole godersela fino in fondo, a questo punta. Al diem, all'oggi, rimanendo in questo ancorato alla sua finitezza, ma non per questo mortificato.

Bibl.:
W. Shakespeare, Sonnet 60
A. Marvell, To His Coy Mistress
Le traduzioni dei testi sono funzionali alla comprensione, e sono opera mia, pertanto vi chiedo di non servirvene senza informarmi.